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Il
concetto di comunità di pratica si è
sviluppato, storicamente, all'interno di
un filone di ricerca di matrice
sociologica ed antropologica che non si
riconosceva più in una visione passiva
del processo di apprendimento inteso come
acquisizione di nozioni astratte e formali
proposte da altri. Al contrario, all'apprendimento
viene riconosciuta una natura decisamente
attiva ed intimamente correlata al
contesto di azione nel quale il singolo si
trova ad operare [Lave e Wenger, 1991].
Rifacendosi
esplicitamente alle posizioni dei
sostenitori dell'azione situata [Suchman,
1987], il tema delle comunità di pratica
mira non solo a sottolineare il ruolo e l'importanza
dell'esperienza nei processi di
apprendimento (intesa come coinvolgimento
attivo in un contesto) ma soprattutto del
tessuto sociale e relazione che consente
di rielaborare ed attribuire un senso all'esperienza
maturata. Quest'impostazione
metodologica coincide con un'interpretazione
in chiave sociale dei meccanismi che
innescano i processi di apprendimento.
Sotto questa prospettiva, imparare non
significa concentrarsi in specifiche ed
esplicite attività di formazione ed
istruzione quanto partecipare pienamente
ad un determinato ambito sociale.
Organizzazione
e comunità
Il motivo
che ha orientato l'attenzione di
ricercatori e analisti verso le comunità
è da ricercarsi in un più ampio
tentativo di capire le modalità
attraverso le quali le imprese di
produzione di massa, da sempre concentrate
verso il raggiungimento di grandi economie
di scala e dell'efficienza in generale,
possano recuperare sul fronte della
flessibilità e dell'efficacia in
risposta alle mutevoli esigenze del
mercato.
Si è
posto l'accento sulle comunità proprio
per sottolineare la presenza di un modello
di organizzazione delle attività
cognitive alternativo rispetto a quella
della struttura accentrata e burocratica
che caratterizza la grande impresa [Brown
e Duguid, 2000]. In questo senso, le
comunità si collocano all'interno di
quella che viene interpretata come
struttura “informale” che si affianca
alla struttura formale (ad esempio l'organigramma)
tipica dell'organizzazione. Le logiche e
le dinamiche alle quali rispondono le
comunità (identità, costruzione
collettiva di senso, condivisione di
conoscenza, pratica, ecc.) risultano
profondamente diverse rispetto a quelle
dell'organizzazione che è, invece, più
interessata alla riduzione dei costi di
coordinamento tra le diverse attività ed
unità interne. Per questo motivo,
comunità e organizzazione non
necessariamente sono universi convergenti
ma, al contrario, dimostrano a volte di
procedere in parallelo se non in modo
contrapposto.
Le forme
attraverso le quali si struttura la
relazione tra organizzazione e comunità
possono essere molteplici [Wenger,
McDermott e Snyder, 2002] [Micelli, De
Pietro, 1999]:
- La
comunità può non essere riconosciuta
dall'organizzazione formale e a volte
perfino dagli stessi partecipanti i quali
non sono consapevoli di essere parte di
una comunità.
- La
comunità si può volontariamente celare
all'organizzazione anche se assume un
peso rilevante per il successo dell'organizzazione
stessa.
- La
comunità può essere legittimata se
riconosciuta come rilevante dall'organizzazione
che ne incoraggia la partecipazione.
- La
comunità viene supportata formalmente
dall'organizzazione.
- La
comunità viene istituzionalizzata e
diventa parte della struttura formale dell'organizzazione.
Agli
estremi di questo elenco, compaiono le
forme di rapporto che sono meno fruttuose
tanto per le comunità quanto per l'organizzazione.
Se la comunità non viene riconosciuta
come tale dall'organizzazione diventa
difficile una valorizzazione del suo
contributo in termini di risorse cognitive
e di esperienze che essa può apportare
per un miglioramento dell'efficacia dell'impresa
nel suo complesso. D'altro canto se gli
stessi membri sono poco consapevoli di
aver formato qualcosa di più di un
network di persone, la comunità
difficilmente potrà acquisire un ruolo
significativo nella vita professionale e
lavorativa dei partecipanti. Nel caso in
cui la comunità venisse di fatto
istituzionalizzata, di fatto essa
smetterebbe di essere una vera e propria
comunità e non diventerebbe altro che una
parte integrante della struttura formale.
Se ormai
anche nella progettazione organizzativa è
stata accolta l'idea di una
reingegnerizzazione dei processi aziendali
sulla base di network relazionali e di
specifiche practice [Brown, Duguid, 2000],
resta ancora da definire come la creazione
delle comunità di pratica possa
contribuire o sostituirsi a forme
organizzative più tradizionali quali i
team di progetto, le unità organizzative
o funzionali, ecc. [Micelli, 2000]. Non si
tratta tanto di vedere nella comunità una
modalità antitetica di organizzazione in
grado di soppiantare soluzioni che hanno
fino a qui caratterizzato i modelli
gestionali delle imprese. Piuttosto,
appare più interessante ragionare in
termini di complementarietà e quindi di
contributo che le comunità possono dare
all'organizzazione. Sotto quest'ottica,
è possibile pensare alle comunità come
un layer intermedio che si frappone tra l'individuo
e l'organizzazione.
Da un
lato l'organizzazione può far
riferimento alla comunità come ad un
patrimonio cognitivo e relazionale che
può essere speso in modo funzionale all'interno
di strutture tutt'altro che innovative.
Dall'altro lato, se è vero che le
comunità possono diventare un elemento
significativo in quanto sono in grado di
offrire il loro contributo operando in
modo complementare rispetto alla struttura
formale, è altrettanto vero che esse
pongono un problema di appropriabilità e
di gestione dei confini aziendali. Proprio
per la natura relazionale e sociale legata
alla pratica, le comunità mirano
tendenzialmente ad aggregare profili
professionali simili in modo indipendente
rispetto all'organizzazione di
provenienza. Diviene quindi possibile che
ad una determinata comunità possano
partecipare persone che non hanno nessun
rapporto (diretto o indiretto) con l'impresa.
In questo senso, spesso i confini della
comunità non coincidono con quelli
aziendali e si proiettano al di fuori
coinvolgendo soggetti esterni e
presupponendo la possibilità che parte
del patrimonio cognitivo messo a punto
dalla comunità possa essere utilizzato da
altri. Se questo costituisce senza dubbio
un rischio con il quale le imprese oggi
sono chiamate a confrontarsi, esso può
anche rappresentare un'opportunità in
quanto, grazie alle comunità l'organizzazione,
potrebbe acquisire conoscenze e saperi
provenienti da contesti differenti
altrimenti non raggiungibili, e che
potrebbero contribuire a sostenere il
vantaggio competitivo in termini di
innovazione di prodotto e di processo.
Il ruolo
delle nuove tecnologie
Se le
comunità, come è emerso nel paragrafo
precedente, contribuiscono in modo
rilevante, da un punto di vista cognitivo,
sia a rendere l'organizzazione
maggiormente flessibile, attraverso una
maggiore adattabilità a variazioni del
contesto di riferimento, ed efficace
sostenendone la capacità innovativa, le
sfide che l'impresa oggi si trova ad
affrontare si giocano principalmente sul
terreno delle modalità con le quali
sostenere e valorizzare le comunità. In
questo senso, l'organizzazione si trova
a ricoprire una posizione delicata dovendo
trovare una posizione di equilibrio tra
estremi contrapposti: da un lato essa non
può impedire la formazione di comunità
di pratica che spontaneamente nascono al
proprio interno, dall'altro può,
invece, contribuire alla loro distruzione
disperdendo un patrimonio cognitivo
potenzialmente utile, adottando delle
modalità di intervento inopportune. Come
orientarsi all'interno di uno scenario
così complesso?
Wenger,
McDermott e Snyder [2002] propongono un
modello di intervento che si basa
essenzialmente su un approccio biologico
al fenomeno delle comunità. Paragonandole
esplicitamente a degli organismi viventi,
questi autori identificano fasi di
sviluppo e di evoluzione diverse della
comunità durante le quali il supporto ed
il ruolo dell'organizzazione variano
sensibilmente.
Gli
elementi che compongono il ciclo di vita
della comunità sono principalmente:
incubazione, sviluppo, maturazione,
consolidamento e trasformazione.
Relativamente alla fase che stanno
attraversando, le comunità dimostrano di
avere esigenze e necessità specifiche
che, se non adeguatamente soddisfatte,
possono precluderne l'ulteriore
sviluppo. Se, ad esempio, una determinata
comunità si trova in una fase di
incubazione, essa si presenterà
sottoforma di un embrionale network
relazionale che si è sviluppato a partire
da un determinato tema o problema. In
queste condizioni, affinché si possa
formare una vera e propria comunità,
diventa necessario definire con maggiore
precisione gli argomenti sui quali le
persone cominceranno a confrontarsi,
cercare di coinvolgere un numero maggiore
di partecipanti per il raggiungimento di
una massa critica di utenti e determinare
le esigenze cognitive e professionali dei
membri. In merito a tutte queste
necessità, l'impresa può svolgere un
ruolo fondamentale, ad esempio mettendo a
disposizione della comunità un
coordinatore, ossia un catalizzatore delle
dinamiche relazionali tra i partecipanti,
oppure promuovendo la nascita della
comunità all'interno dell'organizzazione
per rendere più agevole il processo di
acquisizione di un numero di partecipanti
consistente.
Un'altra
sfida che l'impresa si trova a dover
affrontare è relativa alla capacità non
solo di saper seguire le comunità durante
la loro crescita ed affermazione, ma anche
di saper far circolare i contenuti, in
termini di conoscenze ed esperienze, al di
fuori dei confini della comunità stessa
in un più ampio circuito cognitivo e di
innovazione. In questo senso, l'impresa
si trova a svolgere un ruolo di
soggetto-ponte, la cui primaria attività
consiste nel governare un sistema
complesso di accumulazione della
conoscenza a partire dal contributo delle
comunità che la compongono. L'organizzazione
appare quindi coinvolta in una attività
di produzione collettiva di senso (sensemaking)
[Weick, 1995] che mira a ricomporre un
quadro articolato in cui interlocutori
(comunità, soggetti esterni, ecc.), che
hanno finalità non necessariamente
coincidenti con quelle complessive dell'organizzazione,
possano fornire il loro contributo al
sostenimento del vantaggio competitivo. A
questo proposito, appare rilevante
sottolineare il ruolo svolto dalle
tecnologie dell'informazione e della
comunicazione nel supportare l'impresa
nel processi di valorizzazione dei
patrimoni cognitivi distribuiti sia all'interno
della propria struttura (le comunità) sia
al di fuori.
Le nuove
tecnologie rappresentano la chiave per
dare una dimensione economica sostenibile
ai processi sociali che sono alla base
dell'apprendimento e della produzione
della conoscenza, così come sono stati
delineati prima. Non si tratta solo di
pensare ad un sostanziale abbattimento dei
costi di comunicazione [Rullani, 1994], ma
soprattutto alla possibilità di
valorizzare forme distribuite di saperi. E'
proprio nel passaggio da sistemi
accentrati di gestione della conoscenza,
tipici dell'impresa di produzione di
massa, a sistemi che consentono l'accumulazione
di saperi periferici e contestuali che le
tecnologie giocano un ruolo fondamentale.
Esse sono il luogo non solo di attivazione
di dinamiche sociali particolarmente
ricche ma anche dove la conoscenza
generata ed elaborata in determinati
contesti sociali può essere gestita in
modo economicamente significativo,
garantendone una sua valorizzazione in
ambiti differenti rispetto a quelli l'hanno
generata.
Sebbene
le nuove tecnologie siano particolarmente
potenti e consentano di rivedere la
contabilità della gestione della
conoscenza, una eccessiva focalizzazione
sugli aspetti squisitamente tecnologici
rischia di far perdere di vista l'obiettivo
finale: la valorizzazione ed il supporto
delle comunità. In questo senso, l'impiego
di soluzioni tecnologiche deve avvenire
all'interno di una più ampia strategia
che richiede innovative modalità di
intervento, nuove capacità manageriali ed
organizzative, la definizione di ruoli e
di figure professionali nuove. Il
fallimento di alcuni progetti di Knowledge
Management [McDermott, 1999] può essere
ricondotto proprio ad una mancanza di
attenzione verso aspetti più propriamente
gestionali e relazionali che acquistano un'importanza
fondamentale nel governo dei rapporti con
fenomeni sociali particolarmente complessi
come le comunità di pratica.
Considerazioni
conclusive
Le
comunità da concetto studiato
principalmente all'interno di alcuni
filoni di ricerca sociologica e
antropologica si stanno dimostrando di
essere un'opportunità per l'impresa
nel percorso di sostegno del vantaggio
competitivo all'interno di uno scenario
economico sempre più complesso e
turbolento. Le dinamiche d'apprendimento
che si innescano all'interno delle
comunità consento l'accumulazione di un
insieme di saperi e conoscenze che può
essere valorizzato come un vero e proprio
patrimonio cognitivo al quale l'impresa
può attingere per aumentare la propria
propensione innovativa. La possibilità
che le comunità hanno di incidere nelle
performance complessive dell'organizzazione
coincide con la capacità dell'impresa
di saper supportarle adeguatamente in
riferimento alle loro necessità di
sviluppo. Non si tratta semplicemente di
essere partecipi all'evoluzione di ogni
singola comunità ma quanto di cercare di
veicolare il corpus di saperi e conoscenze
legato ad una practice all'interno di un
percorso più ampio di accumulazione del
sapere. In questo senso, le nuove
tecnologie rappresentano l'elemento che
consente di organizzare dei circuiti di
valorizzazione di forme distribuite della
conoscenza che siano sostenibili da un
punto di vista economico. Il ruolo che le
tecnologie svolgono va sempre interpretato
all'interno di un percorso strategico
che sappia combinare aspetti tecnologici
con quelli più propriamente gestionali e
manageriali.
Riferimenti
bibliografici
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Micelli
S., De Pietro L. (1999).Comunità
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Rullani
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Suchman
L.A. (1987), Plans and situated action:
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Weick
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Wenger
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