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Prendere,
dare... Imparare
Carlo Nati, docente
comandato presso il MIUR |
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Riflessione
sulle dinamiche dell'apprendimento on line
e sull'importanza della condivisione.
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Le tecnologie dell'informazione e della comunicazione hanno
l'indubbio merito di avere fatto convergere l'attenzione dei
ricercatori su "Interattività e Multimedialità".
In effetti, se proviamo a riflettere su questi due concetti,
non possiamo esimerci dal rilevare che si tratta di due fondamentali
caratteristiche del comportamento inferenziale.
Quando affrontiamo un problema - di qualsiasi natura - mettiamo
in relazione il nostro sistema interno, costituito da memoria,
emozioni e pensiero cosciente, con un sistema esterno con
il quale abbiamo bisogno di confrontarci.
In ogni caso, la natura del rapporto tra il sistema mentale
interno ed il mondo esterno non può definirsi costruttiva
se la rappresentazione del processo tende ad ignorare il contesto
in cui si opera che, al contrario, contribuisce in modo sostanziale
a modellare il ragionamento più adatto in relazione ad una
specifica ed irripetibile manifestazione spazio-temporale.
"…lo stato del cervello in sé non contiene alcuna informazione
relativa all'itinerario che sarà scelto. Nel determinare la
scelta dell'itinerario avranno una parte decisiva le circostanze
esterne. Cosa ne consegue? Ne consegue che il medesimo cervello,
secondo le circostanze, può generare pensieri completamente
contrastanti tra loro." (1)
Possiamo tranquillamente concludere che il comportamento operativo,
inteso in termini di pura strategia decisionale, deve necessariamente
interagire con il contesto esterno affinché si possa produrre
un processo inferenziale e non una semplice emulazione di
comportamento.
In definitiva, l'interattività è una condizione necessaria
affinché, in potenza, possa prodursi pensiero cosciente, quindi
essa non può che collocarsi a monte del processo di apprendimento,
anche nell'ipotesi in cui il processo di interscambio circolare
avvenga con un modello mentale interno che, in ogni caso,
rappresenterebbe un "mondo ulteriore" seppure del tutto astratto
e/o simbolico.
Veniamo ora alla multimedialità. La definizione più comune
la rappresenta come "l'uso plurimo di mezzi con caratteristiche
diverse", ponendo l'accento sulle tecnologie che vengono utilizzate
per gestire il processo della comunicazione. In altri casi
è invece adottato come sinonimo di comunicazione multicodice
o comunicazione con più linguaggi (2).
Gli studi sulle intelligenze multiple di Howard Gardner
(3), abbinati alle recentissime
scoperte degli studiosi di neuroscienze (4),
hanno contribuito ad avviare una seria riflessione scientifico-filosofica
sulla complessità della rappresentazione mentale. Già G. Bateson
(5) - alla fine degli anni '70
- dedicava un intero capitolo alle versioni molteplici
del mondo sintetizzando il concetto nella celebre frase:
"due rappresentazioni sono meglio di una".
A seguire, moltissimi saggi hanno affrontato il tema della
rappresentazione di un problema in relazione agli stili cognitivi
del soggetto, indicando che un numero elevato di modelli,
costruiti sulla base di linguaggi diversi, potrebbe contribuire
positivamente alla soluzione "non codificata" di un problema.
In estrema sintesi: le modalità di rappresentazione di un
problema potrebbero avere una qualche influenza sulla sua
soluzione. Ciò sta a significare che lo studio dei processi
di inferenza deve sempre prendere in considerazione, sia il
sistema di relazioni tra mondo interno (mente) e
mondo esterno, sia le modalità di rappresentazione della
conoscenza, condizionate dal bagaglio di esperienze e di predisposizione
soggettiva nei confronti di uno o più stili cognitivi.
Che tipo di relazione c'è tra interattività e multimedialità?
Forse il legame può essere rintracciato analizzando il processo
mentale che sovrintende la produzione delle idee, oppure al
contrario, studiando i processi inibitori che certamente ne
rallentano le potenzialità espressive all'interno di un generico
sistema formativo. E' possibile riconoscere un comportamento
interattivo in un'aula scolastica se il Maestro parla
e gli alunni si limitano ad ascoltare? Credo proprio di no!
Traslando l'esempio ad un corso on-line, non si producono
gli stessi effetti se ci si limita a scaricare il materiale
senza condividere le proprie riflessioni con altri per mezzo
del forum o della posta elettronica?
Come tutti i pedagogisti sostengono da decenni, l'apprendimento
può essere definito contemporaneamente come fenomeno privato
e sociale. Il confronto delle idee può contribuire
a sviluppare nuove conoscenze, ma solamente se i soggetti
interessati sono "disponibili" a rimodellare il frutto dei
propri ragionamenti in virtù della condivisione operata in
seno al gruppo sociale.
Analizziamo ora il comportamento tipico di un utente della
rete. In prima istanza egli tende a soddisfare il bisogno
di acquisire documenti, scaricando quantità enormi di materiale
digitale sul proprio computer. Può trattarsi di musica piuttosto
che di immagini o di articoli, ma in ogni caso verrà privilegiato
l'atto del prendere. Una seconda tipologia di utente,
più evoluta, percepisce che per ottimizzare i vantaggi, oltre
che prendere dovrà anche dare, producendo a sua volta
informazioni e contribuendo - quindi - ad ampliare il sistema
delle conoscenze condivise.
Il primo utente della rete utilizza il web rifacendosi alla
tecnologia immediatamente precedente: la TV. Egli cambia canale
(URL) ed attinge informazioni, notizie, musica, filmati ecc..
Il secondo interagisce con la rete e - quindi - contribuisce
a creare nuova conoscenza.
Esiste poi una tipologia intermedia che tenta di sfruttare
i vantaggi della partecipazione attiva contenendo le spese,
in termini energetici. In questo caso abbiamo a che fare con
quelli che producono a metà, nel senso che buona parte di
quello che viene messo a disposizione del prossimo, spacciandolo
per proprio, viene attinto dalla rete senza citarne le fonti
originali.
Anche in questo caso, tornando all'analisi generale precedente,
il comportamento inferenziale risulta fortemente limitato
proprio perché produce idee già codificate, non costruisce
nuova conoscenza e, in aggiunta, appare moralmente discutibile
per l'uso improprio del prodotto intellettuale non autorizzato
dal legittimo autore.
Possiamo - quindi - affermare che alla base di ogni comportamento
- realmente intelligente - si individua un atteggiamento produttivo;
la mera fruizione di una lezione, in presenza o a distanza,
non è assolutamente sufficiente affinché si possa attribuire
ad essa una connotazione qualitativamente positiva, in termini
di apprendimento.
E' convinzione diffusa che, quando le tecnologie si impongono
per la loro dirompente carica innovativa, per un certo periodo
che precede la loro effettiva affermazione culturale, vengono
"viste" da molti con gli occhi del passato. Dobbiamo riconoscere
che quando si elabora una presentazione in Power Point, un
modello statistico, un'immagine 3D interattiva, ci si preoccupa
unicamente di chi deve assistere alla sua proiezione, trascurando
di analizzare il processo logico che ci ha condotto a riconfigurare
in quel modo un frammento di conoscenza. Il primo essere umano
a beneficiare di questo prodotto mentale è certamente il suo
autore che ha organizzato alcuni concetti con l'obiettivo
di condividerli con altri.
La costruzione di un modello, consente di analizzare,
da un lato i singoli elementi che lo costituiscono e, dall'altro,
le proprietà associative che emergono nella struttura logica
che è stata simulata. Ovviamente quando parliamo di modello
ci riferiamo ad esso in termini del tutto generali: può trattarsi
di un modello linguistico, iconico, simbolico o plurilinguistico.
Le stesse discipline vengono studiate perché servono a fornire
gli strumenti ed i linguaggi per la costruzione
di paradigmi semplificati atti a rappresentare e/o indagare
i fenomeni del mondo reale. La storia, la fisica, la matematica,
la letteratura vengono prevalentemente utilizzate secondo
queste finalità sebbene alcuni settori di studio riguardino
anche ambiti autoreferenziali.
Quando, poi, il processo di formazione si avvale di modalità
FAD (a distanza) o blended (presenza/distanza), la funzione
produttiva del computer diviene addirittura indispensabile.
L'interazione "sensibile" è limitata all'ambito visivo-testuale
ed il superamento delle barriere spazio-temporali non è una
condizione sufficiente per garantire alcun risultato positivo
se i corsisti non sono disposti a mettersi in gioco, ad esporsi,
a dare un proprio contributo attivo. Oltre a materiali testuali,
immagini ed animazioni, che contribuiscono a semplificare
la comprensione di concetti complessi, dovranno necessariamente
essere approntate una serie di attività nelle quali gli strumenti
informatici vengono utilizzati, direttamente dai corsisti,
per produrre schemi, metafore, problemi o quant'altro. Lo
stesso termine (in)formazione racchiude in sé almeno tre dei
concetti che abbiamo in precedenza richiamato diffusamente.
1. Informazione: comunicazione circolare del messaggio
che viene arricchito dal feedback di ritorno;
2. Informazione: pluralità delle forme che può assumere
il messaggio (linguaggi);
3. In-formazione: processo di costruzione dinamica
del messaggio.
C'è però un problema: l'utente medio ha imparato - con grande
difficoltà - a gestire la fruizione dei materiali, ma raramente
è in grado di produrre oggetti didattici da condividere con
gli altri. Questo fa sì che venga limitata, fortemente, la
possibilità di condividere la conoscenza e di sperimentare
criticamente i modelli digitali che si possono costruire per
analizzare i fenomeni dal punto di vista disciplinare. Vengono
a mancare i punti 1 e 3 dello schema concettuale appena proposto.
Ed ancora, non possiamo dimenticare che la rete tende ad occultare;
i corsisti spesso si nascondono dietro lo schermo, si mascherano
con i nickname, evitano di esporsi. La partecipazione attiva
è tipica di chi conosce il contesto in cui opera, ed ha dimestichezza
con gli strumenti di navigazione e di comunicazione in remoto.
La partecipazione silenziosa e passiva nasconde le nostre
piccole incapacità e, contestualmente, riproduce un processo
lineare che non ha retroazione e - quindi - non può essere
legittimamente definito con il termine "comunicazione".
E' però altrettanto vero che la partecipazione attiva ci espone
a dei rischi:
- se si deposita un messaggio in un forum ci si sottopone
alla valutazione del prossimo;
- è possibile che le proprie idee vengano messe in discussione;
- può accadere che solo dopo qualche giorno ci si renda conto
di aver scritto una sciocchezza e di averla spedita a tutta
una lista;
- può accadere che in un forum qualcuno metta in evidenza,
maliziosamente, un nostro refuso dovuto alla digitazione frettolosa…….
Che ci possiamo fare….chi non fa, non sbaglia mai!
Tutto ciò dovrebbe apparire del tutto scontato, se non ci
fosse una sorta di filtro che a volte tende a sopravvalutare
il ruolo delle tecnologie, mentre in realtà non si è capaci
di sfruttarne pienamente le enormi potenzialità sperimentali.
Purtroppo, o per fortuna, prima o poi tutto viene ricondotto
all'Uomo, ovvero al soggetto che utilizza lo strumento, scoprendo,
ahimè con sorpresa, che anche nel cyberspazio, per imparare
bisogna…. dare! |
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Note
(1) D. R. Hofstadter (1979),
Godel, Escher, Bach: un'Eterna Ghirlanda Brillante,
Adephi Milano.
(2) M. Fierli (2003), Tecnologie
per l'educazione, Laterza Roma-Bari.
(3) Howard Gardner (2001) Educare
al comprendere, Feltrinelli, Milano.
(4) Jean-Pierre Changeaux (2002),
L'uomo di verità, Feltrinelli, Milano.
(5) G. Bateson (1979), Mente
e Natura, Adephi Milano.
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